

Il numero di esseri umani è aumentato mostruosamente! Siamo tantissimi, troppi e viviamo sempre più a stretto contatto gli uni con gli altri. Eppure siamo sempre più soli. Abbiamo bisogno di compagnia, di affetto, di qualcuno disposto a darci tanto, ogni volta che ne abbiamo desiderio. Adottiamo cani. Poi scopriamo che hanno delle esigenze anche loro e che non sempre ci fanno comodo; così studiamo degli escamotages per evitare le fatiche che il rapporto comporta: tappetini igienici per non doverli portare fuori per i bisogni ad esempio, limitano le occasioni che i cani avrebbero di fare esperienza, attività motorie e olfattive, occasione di socializzazione ecc.
Ma anche i cani sono troppi, proprio come gli esseri umani, e la convivenza fatta di uscite comandate, al guinzaglio, a stretto contatto gli uni con gli altri (non sempre al guinzaglio) e soprattutto non a debita distanza, si trasforma in un incubo! E di nuovo studiamo sistemi più o meno articolati per gestire, per rendere la cosa accettabile per noi: guinzaglieria coercitiva, uscite notturne in orari in cui non si incontra nessuno, aree cani dove si viene a creare un microcosmo che non funziona quasi mai.
Ma Turid Rugaas ti direbbe che se vivi in città e non nelle sconfinate lande norvegesi, non devi prenderti un cane. Ha ragione. Non c’è rimedio. Se non c’è spazio, non c’è nulla da fare: l’odio, la paura e tutti quei sentimenti negativi che scaturiscono dalla convivenza forzata crescono a dismisura e sono incontenibili.
Allora perché ci condanniamo ad una vita impossibile pur di avere un cane in casa? Perché condanniamo i cani a tutto questo?
Siamo egoisti e spesso egocentrici. I modelli ai quali aspiriamo sono immagini fornite da pubblicità televisive o da film: un cane per amico è il nostro sogno, ma non sempre anche il suo. Mi è capitato non raramente di incontrare cani che chiedevano, anzi, imploravano di essere lasciati liberi, scappando ripetutamente. Altri che si sceglievano autonomamente famiglie diverse da quella adottiva ma venivano inesorabilmente ripescati e riportati all’ovile. I cani che più mi comunicano sofferenza sono quelli che chiamo i “decontestualizzati”: cani dalle origini super specifiche, che nella vita dovrebbero fare solo quello per cui sono stati plasmati in lunghissimi tempi e lavori di accurata selezione, eppure sono costretti a inibire continuamente le loro doti, a trattenersi, e tutto gli rema contro e loro soffrono, si chiudono o si arrabbiano, ma in ogni caso dimostrano disagio.
Quindi dobbiamo davvero rinunciare al piacere di vivere accanto al cane?
Il quadro è nero, è vero, ma non nerissimo: qualcosa si può fare. Noi professionisti del settore lavoriamo continuamente per trovare risposte adattative.
Penso che la risposta sia no: non dobbiamo rinunciare, ma il primo passo sarebbe fare una scelta consapevole. La scelta del cane si fa spesso “di pancia”, anzi, in molti casi si è certi che sia stato il cane a scegliere noi. Mi piace lasciare un po’ di magia a quest’incontro, ma prima che il cucciolo ci corra incontro e ci “scelga” , noi abbiamo scelto quella cucciolata. Mi spiego: il primo distinguo dovremmo farlo a priori, magari parlando e analizzando con un esperto i vari aspetti che caratterizzano la nostra quotidianità, per capire quale possa essere il cane che starà meglio e ci farà stare meglio accanto. Non è detto ad esempio che sia sempre indicato il cucciolo: ci sono situazioni in cui il cane anziano è la scelta migliore, ad esempio per accompagnare una persona non più giovane, che non potrà sostenere facilmente la vitalità del cucciolo e tutte le sue naturali esigenze. Penso a molte famiglie che hanno bimbi piccolissimi o in arrivo e scelgono cani atletici, di grande taglia e impegnativi fisicamente: avranno grossi problemi a soddisfare le esigenze del cane e quelle dei bimbi e alla fine diventerà molto difficile far quadrare la situazione.
Altro grave e diffusissimo errore è la scelta dettata dall’aspetto estetico del cane: si veda come le mode hanno portato alla ribalta razze come i border collie, i weimaraner ed ora i vizsla, cani affascinanti ma certamente fatti per proprietari che hanno uno stile di vita molto particolare, che possono permettersi terreni di sgambamento che non siano la semplice area cani sotto casa o il giardinetto condominiale.
Sono certa che un bel consulto preadottivo abbasserebbe di molto il numero dei cani vissuti come problematici nella nostra società. Ci sono scelte che andrebbero ponderate a tavolino, perché si parla di una convivenza a cui obblighiamo un altro essere vivente, senziente, alla cui vita stiamo dando una svolta fondamentale. Farsi aiutare da chi ha esperienza non è un segno di debolezza ma di intelligenza, è ammettere che chi si è dedicato a lungo allo studio della materia ha più esperienza di noi anche se non siamo al nostro primo cane. Adottare un cane non deve rappresentare una sfida: deve essere un piacere per entrambi altrimenti sarà una lotta dura e spiacevole che spesso vede crescere il numero di abbandoni.
Danie
la Dionigi
Educatrice ENCI
Educatrice AIECI
Autrice